tutto sull'imbroglio della

MAPPA DEGLI IMPIANTI DI COMBUSTIONE DI BIOMASSE (SOLIDE E/O LIQUIDE) IN ITALIA
( Si considerano solo quelli con potenzialità superiore ad un MWe)


aggiornata al 19.08.2010 - se incontraste difficoltà nella visualizzazione della mappa grafica, o per qualunque altro scopo, troverete gli stessi contenuti in forma testuale a questo indirizzo


COMMENTO
Questo elenco purtroppo non è da considerarsi esaustivo di tutti gli impianti proposti in Italia e forse, in alcuni casi, aggiornabile (ci scusiamo per eventuali informazioni errate).
INFATTI ASSISTIAMO AD UNA INCONTROLLATA PROLIFERAZIONE DI PROPOSTE.
In molte aree provinciali esse superano la decina (senza considerare le proposte di impianti di "piccola taglia" il cui numero complessivo è praticamente fuori controllo) in un contesto generale di mancanza più elementare di programmazione. Questo quadro DRAMMATICO è il prodotto del sistema di incentivazione della combustione delle biomasse che include l' incenerimento dei rifiuti.

IN BASE AGLI INCENTIVI RAPPRESENTATI DAI CERTIFICATI VERDI SI E' VENUTA COSI' FORMANDO UNA SORTA DI "BOLLA FINANZIARIA INQUINANTE" CHE STA SPINGENDO A DISMISURA QUESTI IMPIANTI A TUTTO DISCAPITO DELLO SVILUPPO DELLE FONTI DAVVERO PULITE DI ENERGIA RINNOVABILE, DISTORCENDONE IL MERCATO. I dati, aggiornati al 2008 parlano chiaro: IL TRATTAMENTO DI BIOMASSE ECONOMICAMENTE INCENTIVATO RIGUARDAVA PER IL 70% LA COMBUSTIONE DI BIOMASSE E RIFIUTI. Il resto, trattamenti di biogas e digestione anaerobica. Negli ultimi due anni la situazione si è ulteriormente sbilanciata A FAVORE DI IMPIANTI DI COMBUSTIONE DI GRANDE TAGLIA che non operano nemmeno recupero di calore (Vedi la denuncia stessa dell'Associazione di categoria FIPER). E QUESTA SPINTA FORSENNATA ALLA SPECULAZIONE E' SPINTA DA GRANDI GRUPPI INDUSTRIALI CHE SI SONO GETTATI ALL'INTERNO DI QUESTO "MERCATO ASSISTITO" COME MOSCHE SUL MIELE. DOVE, NELLA METAFORA, IL MIELE E' RAPPRESENTATO DALLE BOLLETTE ELETTRICHE PAGATE DA NOI CITTADINI E SPECIFICAMENTE ATTRAVERSO LA VOCE A3.

Anche dall'elenco di cui sopra si ricava nettamente la conferma che la combustione delle biomasse, nonostante sia la stessa UE a porla tra le "attività sostenibili", NON HA NIENTE A CHE FARE CON LA CATEGORIA DELLA SOSTENIBILITA', SOPRATTUTTO QUANDO SI FA RIFERIMENTO AD IMPIANTI DI GRANDE TAGLIA CHE PER DI PIU' NON RECUPERANO IL CALORE PRODOTTO. Lo scandalo dell' importazione di olio di palma che contribuisce alla DEFORESTAZIONE DEL PIANETA E' SOLO IL PIU' ECLATANTE MA NON L'UNICO. Anche quando strumentalmente i progetti fanno riferimento al ricorso a "COLTURE DEDICATE" di "filiera corta" ci si rende conto DELL'IMBROGLIO SOLO CONSIDERANDO ALCUNI ASPETTI. Non basterebbe tutta l'ITALIA per alimentare il crescente numero di impianti che dichiarano questo scopo [1]. E se questo scopo fosse raggiunto NON CI SAREBBERO QUASI PIU' AREE PER UNA AGRICOLTURA A FINI ALIMENTARI (ADDIO PRODOTTI DI QUALITA'!). A fronte di queste coltivazioni intensive (girasoli, colza, soia e piante oleaginose in genere), grandi quantità di pesticidi ed energia dovrebbero essere consumati mettendo in pericolo ambiente e biodiversità. Lo stesso bilancio relativo al preteso risparmio di CO2 va riconsiderato attraverso calcoli più rigorosi in grado di tener conto di tutto il ciclo di attività connesse alla produzione di questa filiera. Vedi la lettera di 80 scienziati inviata in agosto 2010 al Congresso USA (www.salvaleforeste.it). E questo non si riferisce solo alle BIOMASSE LIQUIDE (e alle "biomasse erbacee"). Esso vale anche per LE BIOMASSE SOLIDE. Sia ben chiaro, la nostra denuncia non riguarda "prioritariamente " i "piccoli impianti" che trattano scarti della pulizia dei boschi e limitate quantità di legno cippato per produrre calore ed energia elettrica, tanto più se in contesti montani in grado di utilizzare il calore quasi tutto l'anno (magari a fronte di un bilancio emissivo complessivo). Non a caso nell'elenco non abbiamo considerato gli impianti inferiori ad una potenza di 1 MWe (anche se questa "soglia" è da valutare, comunque, caso per caso e con prudenza: spesso anche questi impianti, oltre ad essere proposti in gran numero e frequentemente senza alcuna trasparenza, possono rappresentare un "carico ambientale aggiuntivo" inquinante). QUESTO NON VUOL DIRE PERO' RINUNCIARE AD UNA LOGICA ECOLOGICA SECONDO CUI, IN EPOCA DI DESERTIFICAZIONE CHE INTERESSA GRAN PARTE DEL BACINO DEL MEDITERRANEO E DEL NOSTRO PAESE (PUGLIA, SICILIA, SARDEGNA MA ANCHE LA STESSA PIANURA PADANA HA PERSO GRAN PARTE DELLA SUA FERTILITA') LA PRIORITA' NEL RECUPERO DELLA BIOMASSA DEVE ESSERE ORIENTATA AL COMPOSTAGGIO E AL RECUPERO DI MATERIA (esso, oltre a produrre concime in alternativa ai pesticidi fissa al terreno il carbonio evitando che questo venga rilasciato in atmosfera in forma di CO2).
E' quindi da ritenersi non certo "saggio" ed ecologicamente vantaggioso BRUCIARE BIOMASSE in un'epoca in cui si deve tendere oltre che a PERSEGUIRE LA STRATEGIA RIFIUTI ZERO ANCHE QUELLA DI EMISSIONI ZERO... e non solo di CO2. Dicevamo: la contrapposizione SENZA SE E SENZA MA E' INVECE CONTRO ANCHE GLI IMPIANTI DI GRANDE TAGLIA CHE BRUCIANO BIOMASSE SOLIDE. Per vari motivi.
Primo, perché quasi sempre recuperano (e non oltre il 20% e dintorni) solo energia elettrica (per "cuccare" i "generosi" certificati verdi...) sprecando il calore la cui produzione incide negativamente su possibili fenomeni microclimatici; secondo, perché già abbiamo detto DELLE ALTERNATIVE: tutti gli scarti agroindustriali possono o essere compostati e/o sottoposti a digestione anaerobica per "estrarre" energia pulita e produrre anche humus prezioso. Le stesse componenti cellulosiche costituite da ramaglie derivanti dalla pulizie dei boschi e il legno cippato costituiscono utilissimo materiale "strutturante" per i processi di compostaggio e per la realizzazione di biofiltri. Possono, inoltre, in quota minore se aggiunti a scarti organici, dar vita a processi di digestione anaerobica. Ma il legno dovrebbe essere utilizzato per produrre materiali da opera favorendo la bioedilizia anche attraverso la produzione di pannelli truciolati. Inoltre, ormai, si va estendendo la "frontiera" dei "nuovi materiali" prodotti da mix di fibre cellulosiche e di plastiche eterogenee provenienti da raccolte differenziate al fine di produrre "profilati" per realizzare arredi e manufatti. Al contrario assistiamo, allorquando vengono avanzati i progetti di combustione del "legno cippato", a dichiarazioni "fumose" circa la provenienza del legno il cui fabbisogno RISULTA SEMPRE SPROPORZIONATO RISPETTO ALLA EFFETTIVA OFFERTA TERRITORIALE. Evidente è in questo senso il caso della CALABRIA dove per bruciare tutto il legno richiesto dagli impianti attivi e in via di realizzazione occorrerebbe tutto il patrimonio agroforestale dell'Italia meridionale tra l'altro particolarmente prezioso per la "TENUTA" idrogeologica di cui il nostro Paese ha tanto bisogno.
Inoltre, un altro PERICOLO si collega alla realizzazione di questi grandi impianti che partono a "biomasse solide" (ma questo pericolo insiste anche nel caso di impianti a biomasse liquide): LA LORO GRADUALE TRASFORMAZIONE IN IMPIANTI DI INCENERIMENTO DI RIFIUTI. Non a caso nell'elenco vi sono numerosi impianti partiti a biomasse che ora TRATTANO RIFIUTI ED ANCHE CDR. Non solo il caso del "comparto del riso" (in Piemonte e Lombardia) e/o del mobile (Belluno) ma anche quelli DEGLI INCENERITORI MARCEGAGLIA NATI COME IMPIANTI A BIOMASSE ED AUTORIZZATI ( MASSAFRA, CUTRO, MANFREDONIA) A BRUCIARE RIFIUTI. Sono valutazioni economiche a spingere in questa direzione. All'inizio si tende a puntare sugli incentivi dei certificati verdi poi si vuole andar oltre INCAMERANDO LE ENTRATE DERIVANTI DAL CONFERIMENTO DEI RIFIUTI. Anzi, il Gruppo Marcegaglia, senza grande ipocrisia, è stato protagonista di una valutazione economica chiara secondo cui i soli proventi derivanti dai certificati verdi possono non BASTARE (E CERTAMENTE LA QUESTIONE SI PONE DOPO LA SCADENZA DEI 15 ANNI DI INCENTIVAZIONE) visto che l'acquisto del legno cippato (ma analoga questione si pone anche nel caso di acquisto delle "colture dedicate") presenta costi non irrilevanti cosi' come i costi di gestione (personale, manutenzione, smaltimenti, combustibili ausiliari, ammortamenti dei prestiti bancari ecc). ALLORA L'IMPERATIVO DIVENTA QUELLO DI "PROMUOVERSI"SUL MERCATO COME SMALTITORI DI RIFIUTI GARANTENDOSI SIGNIFICATIVI PREZZI DI CONFERIMENTO PER I RIFIUTI URBANI E/O SPECIALI TRATTATI. Abbiamo visto in altra documentazione che la normativa non consente al momento di rendere automaticamente valida la acquisita autorizzazione di bruciare "biomasse"anche per bruciare "biomasse da rifiuti industriali ed urbani"per la quale occorre sottoporsi a nuovo iter autorizzativo comunque sempre possibile (tanto l'impianto ormai c'è…). Tuttavia forzando le cosi' dette "procedure semplificate" (ex articoli 31 e 33 del decreto Ronchi), magari "contentandosi" di bruciare piccoli quantitativi di rifiuti per aggirare la VIA sono sempre possibili "colpi di scena"...specialmente quando in gioco ci sono MILIONI!

CONCLUSIONI: OCCORRE UNA "MORATORIA" SU QUESTA DEREGULATION (includente anche gli impianti da taglia minore), che si impone anche alla luce di nuove modalità di riconoscimento degli incentivi previsti dal recepimento della nuova direttiva europea 28/2008. Questo anche per evitare il perdurare di truffe come quelle dei CIP6 che hanno prodotto una "distorsione" anche del mercato e della "pari dignità" di tutte le "fonti di energia rinnovabile. OCCORRONO POI PIANI ENERGETICI REGIONALI E PROVINCIALI COGENTI comprendenti PUBBLICI CRITERI NELLE EVENTUALE AUTORIZZAZIONE DEGLI IMPIANTI (consentire solo quelli inferiori al MWe che trattano da "filiera corta"?) APRENDO UNA GRANDE CONSULTAZIONE POPOLARE SUI TERRITORI, VISTO CHE IN GIOCO CI SONO "BENI COMUNI" COME LA SALUTE E L'AMBIENTE.

a cura di Rossano Ercolini - Ambiente e Futuro

La presente "mappa" è stata realizzata anche grazie al contatto diretto con attivisti, comitati ed associazioni.
Per segnalare impianti superiori ad un MWe eventualmente non citati inviare mail a
indirizzo mail, in formato immagine anti-spam


[1] Produttività per Ha
Girasole0,8t/ha
Soia0,375/ha
Colza1t/ha
Olio di palma t/ha

[2] Terreno agricolo necessario (in ettari) per alimentare una centrale da 55 MWe a olii combustibili da "colture dedicate" (filiera corta):
occorrerebbero 90.000 ha (una superficie coltivata "in modo dedicato" non riscontrata al 2006 nell'intera Regione Veneto). In realtà la superficie in questione va raddoppiata tenendo conto della necessità di rotazione delle colture.
" Per raggiungere le dimensioni di scala minime che giustifichino l'investimento...si ritiene indispensabile il ricorso ad olio vegetale di importazione" (dallo studio della Camera di Commercio di Padova del 2007 da cui sono tratti i dati di cui sopra).

[3] Dati relativi alla fattibilità economica di una centrale ad olio di palma:
Taglia7,64 MWe
Ore funzionamento7650 ore/anno
Produzione di Energia Elettrica 58448/KWh/anno
Quantità combustibile/anno12.645 tonnellate
Prezzo combustibileEuro450/t* (l'olio di palma costa adesso circa 530 Euro/t)
Costo impianto10.335.000 euro
Durata in vita impianto12 anni * (le ultime normative prevedono 15 anni)
Costi amministrazione/manutenzione1.138. 283 Euro/anno
Costo medio capitale7%
Costo cessione EE Euro 190 MW* (nel 2010 i CV ammontano a 88,89)
Tasso interno di rendimento 18,43%